Una donna all’Avanguardia: è quello che ho sempre pensato di Palma Bucarelli (1910-1998), donna dal fascino singolare, di gran carattere e di sottile intelligenza. Una donna che ha precorso i tempi con i suoi occhi chiari, cristallini, capaci di guardare avanti e non solo nel contingente…
Occhi di ghiaccio, dicevo, e capelli pettinati alla Greta Garbo: una donna dalla bellezza classica, oserei dire, con il suo naso leggermente aquilino, la fronte dritta, il fisico minuto e proporzionato. Bella come una gatta siamese, proprio come ebbe modo di dire il grande Giuseppe Ungaretti. E di bellezza, la Bucarelli, si occupò anche per lavoro: per trent’anni, dal 1944 al 1975, è stata la Signora dell’Arte Contemporanea in Italia, la prima donna chiamata a dirigere un museo pubblico, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (nota al giorno d’oggi con l’acronimo GNAM). Svolse il suo ruolo in uno dei momenti più difficili e dolorosi per il nostro Paese: lo fece con coraggio, lasciando un’impronta indelebile nel panorama artistico italiano.
Allieva di Adolfo Venturi e di Pietro Toesca, due tra i più grandi storici dell’arte italiani, Palma Bucarelli si laureò nel 1931. Insieme ad un compagno di studi, Giulio Carlo Argan (altro nome eccellente della critica d’arte italiana), vinse il concorso indetto nel 1933 dal Ministero della Pubblica Istruzione ed entrò nell’Amministrazione delle Antichità e delle Belle Arti . Nel dicembre 1939 prese servizio alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e nel 1942 ne sostituì il direttore, Roberto Papini, richiamato alle armi. Durante il periodo bellico, la Bucarelli ebbe un ruolo decisivo nel salvataggio del patrimonio artistico che le era stato affidato: all’indomani dell’8 settembre 1943, impiegando mezzi di fortuna, riuscì a nascondere a Castel Sant’Angelo opere di inestimabile valore, preservandole dalla razzia delle truppe tedesche. Un’operazione, questa, che nel 1951 verrà ricordata da Indro Montanelli in un ammirato ritratto giornalistico. Nel 1944, nella Roma appena liberata dagli Alleati, Palma organizzò una grande mostra di opere di arte contemporanea che in quel frangente si fecero simbolo di un’era nuova e non solo in campo artistico. Non dimentichiamo che l’arte astratta, considerata arte “nuova” perchè rompeva il tradizionale legame con il vero, non ebbe vita facile ai tempi delle dittature di qualsivoglia colore: l’arte a servizio dell’ideologia è sempre un’arte semplice, realista, a cui poter affidare un messaggio facilmente comprensibile. Con le Avanguardie di inizio Novecento si era affermata, al contrario, una nuova concezione dell’arte: art pour l’art, verrebbe da dire, arte che trovava il suo fine in se stessa, senza porsi altro obiettivo se non la ricerca artistica. Non a caso Hitler la etichettò come arte degenerata e la perseguitò al pari di altre forme di propaganda di opposizione. E se nella sua autobiografia Peggy Guggheneim si permise di scrivere che la Bucarelli “aveva conosciuto molti fascisti, guadagnandosi così la sua meravigliosa posizione“, la direttrice italiana non esitò a querelarla. La Bucarelli non era di quelle che si lasciavano intimidire dai nomi altisonanti: come ebbe modo di dire Anna Proclemer, talentuosa attrice teatrale, “Non ho mai conosciuto una che, come Palma Bucarelli, ti guardasse dall’alto in basso anche quando era seduta“.
Palma Bucarelli, anni Settanta
Con la fine della guerra, l’indiscutibile capacità intuitiva, la vivace intelligenza e l’abnegazione della Bucarelli portarono la Galleria Nazionale di Arte Moderna al centro del panorama artistico italiano. Contribuì a imporre in Italia l’idea moderna di museo, visto non più come contenitore di vestigia del passato, ma come un servizio “vivo”, in grado di diventare centro di studi e luogo di ritrovo grazie a incontri con gli artisti, conferenze e lezioni di storia dell’arte, proiezioni di film e documentari e poi alla presenza di servizi accessori, dalle librerie agli archivi passando per caffè e luoghi di ristoro. Non a caso la Bucarelli sosteneva che “Il museo non deve rinunciare al giudizio critico e non deve accettarlo per dato: il giudizio critico deve nascere dal museo”. Ecco che allora le politiche di acquisizione di un museo, gli allestimenti, le mostre diventano strumenti di orientamento del gusto e della critica: il museo come avanguardia. Il portato rivoluzionario di queste idee nel panorama culturale italiano fu notevole. Palma Bucarelli fu strenua e appassionata sostenitrice dell’arte contemporanea: l’astrattismo, l’informale, il Nouveau Réalisme, l’arte cinetica e programmata non furono più movimenti subalterni rispetto alle forme d’arte di maestri assai più vicini alla tradizione classica, come Guttuso e De Chirico (che non a caso la criticò aspramente).
Tra le tappe memorabili della sua attività: la mostra di Picasso nel ’53, di Mondrian nel ’56 e di Pollock nel ’58. Nonostante le accuse, anche di natura politica, di favorire apertamente le correnti artistiche più moderne a scapito della tradizione italiana, Palma Bucarelli continuò per la sua strada e riuscì ad inserire la sua Galleria all’interno del circuito internazionale, promuovendo al tempo stesso l’arte italiana delle giovani generazioni fuori dei confini del Bel Paese.
Graziella Lonardi Buontempo, Palma Bucarelli e l’artista Christo alle Mura Aureliane, 1974
Fu la prima ad esporre i Sacchi di Burri guadagnandosi l’appellativo poco lusinghiero di Palmina degli stracci, ad abbracciare negli anni Sessanta le provocazioni di tanti artisti a partire da Pino Pascali, Capogrossi, Fontana, fino ad arrivare al 1971, data di un’antologica che sollevò enorme scandalo e perfino delle interrogazioni parlamentari, episodio paradigmatico dell’ignoranza e dei pregiudizi con cui Palma Bucarelli dovette confrontarsi. La polemica riguardò un’interrogazione parlamentare che l’onorevole Bernardi rivolse al Ministro della Pubblica Istruzione in riferimento alla scelta della Soprintendente alla GNAM di esporre tra le opere di Piero Manzoni, in mostra nella stessa galleria dal 6 febbraio al 7 marzo 1971, dei barattoli etichettati come Merda d’Artista.
Piero Manzoni, Merda d’Artista, 1961
Secondo l’onorevole Bernardi: ”Anche se inscatolata a tutela dell’igiene pubblica è frutto obbligato di una normale digestione, quali garanzie ha il pubblico circa la sua autenticità?“. Sconsolata la replica della Direttrice: ”Nessuno capì che le scatolette, al di là delle etichette, non contenevano nulla, che era solo una provocazione…“.
Palma è stata anche tra le prime a capire quanto importante fosse per il suo lavoro l’aspetto mediatico e lo sfruttamento della sua immagine: i legami personali rientravano in strategie di pubblica utilità. Per questo fu sempre molto attenta a preservare la sua algida bellezza e a gestire gli appuntamenti mondani della sua agenda.
Palma Bucarelli ebbe con la moda un rapporto molto stretto. Raffinata cultrice del fashion, fu tra le prime a credere nel talento del pittore-stilista Lancetti e strinse un lungo sodalizio con le sorelle Botti, storica sartoria nel cuore di Roma dalla quale uscirono per lei abiti su croquis di Balenciaga e Elsa Schiaparelli.
Donna manager ante-litteram, Palma era solita indossare tailleur e camicie dal rigoroso taglio sartoriale, di foggia maschile, oltre alle immancabili petites robes noires rivisitate di volta in volta da bijoux importanti, stupende broches e bracciali che l’atelier di gioielleria artistica Masenza a Roma realizzava per lei su disegno di quegli artisti che lei amava così tanto… da aver loro consacrato la sua vita.
Palma Bucarelli si spense nel 1998 all’età di 88 anni: il suo splendido guardaroba è stato donato al Museo Boncompagni Ludovisi di Roma, istituzione dedicata alle Arti decorative, al Costume e alla Moda. Ancora un museo, insomma. L’unico posto in cui Palma vorrebbe essere incontrata ancora oggi, ne sono certa. E voi?
Uno degli abiti del guardaroba Bucarelli esposti al Museo Boncompagni Ludovisi di Roma






















