Vestivamo alla marinara

Varcai la soglia della prima elementare nel 1980. Ricordo ancora l’odore delle cartelle di cuoio e della cancelleria appena acquistata, gli astucci con le matite intonse, la lavagna di ardesia con i gessetti ordinati nello scomparto di legno alla base del grande rettangolo nero, i banchi che conservavano ancora il foro del calamaio per l’inchiostro che generazioni di studenti prima di me avevano imparato a dosare per i loro pennini da scrittura, il grembiule bianco con il colletto inamidato… Ricordi del secolo scorso, con buona pace della crema anti-età che fa capolino sulla mensola del mio bagno (sigh!) . Di cose ne sono cambiate parecchie a giudicare anche dalla mole che i bambini di oggi sono costretti a portare sulle loro spalle: hanno zaini sovradimensionati fin dal primo giorno di scuola. Nella mia cartella di cuoio, invece, trovavano spazio due quaderni, un astuccio, il Buondì Motta o la Girella (!) e due libri: quello di lettura e il cosiddetto sussidiario, un compendio di tutte le materie, dalla geometria alla geografia, passando per matematica e storia.

I libri di lettura di allora avevano una grafica spartana e contenevano racconti di autori diversi, da Gianni Rodari a Bianca Pitzorno, da Edmondo De Amicis a Dino Buzzati. E poi c’erano capitoli tratti da romanzi. Tra i tanti, l’autobiografia di Susanna Agnelli: Vestivamo alla marinara. Un romanzo che descrive ambienti e protagonisti dell’infanzia dei rampolli di casa Agnelli nella Torino dei lontani anni Trenta. La moda alla marinara prevedeva abiti ispirati per foggia e colori alle divise dei marinai con ampio ricorso al bianco, al blu e al rosso, a simboli marinari come ancore e nodi e il classico cappellino a completare il tutto.

 

A sinistra: il futuro Edoardo VII; a destra lo zarevic Alessio Romanov con la sorella Anastasia

 

 

Non a caso alcuni dei personaggi di animazione nati in questi anni vestivano come i loro baby-lettori: Popeye (1928) e Donald Duck (1934), con i loro berretti da yachting, ci invitano ancora oggi a “salire a bordo” per seguirli nelle loro rocambolesche avventure.

 

 

Popeye, creato dalla matita di Elzie Crisler Segar nel 1928

 

Donald Duck, 1934

 

Per tracciare una storia dello stile navy e della sua fortuna bisogna andare in Francia dove si trova l’atto di nascita della marinière (o maglia Bretone), uno dei simboli per eccellenza di questo mood. Si tratta di un documento datato 27 marzo 1858 con il quale veniva introdotta nell’elenco dei capi in dotazione al marinaio francese una maglia a righe bianca e blu. Questa particolarità cromatica avrebbe permesso di identificare e recuperare in modo più agevole l’uomo caduto accidentalmente in mare.

 

Marinière


Ben presto queste maglie e altri capi dell’uniforme (come cerate e caban) uscirono dal guardaroba dei marinai e arrivarono a vestire dapprima bagnanti e villeggianti per poi diffondersi anche in città. Del resto, proprio a partire dagli anni Venti venne inaugurato il Train Bleu, un treno espresso che collegava Calais con la Costa Azzurra. Questo permise di rafforzare il flusso turistico verso la costa del Mediterraneo e con esso la promozione di tutto cio’ che ricordasse il mare. Senza contare che già da tempo i parigini erano soliti recarsi a Deauville, nel cuore della Normandia, per le loro gite fuori porta e i soggiorni estivi. Tra gli habitué di quella che oggi è conosciuta come la Biarritz du Nord c’erano anche Boy Capel e una giovane Coco Chanel che fu così colpita da questa località che volle aprirvi una boutique, la prima lontano da Parigi: era  il 1913.

 

Bagnanti – fine anni Venti

 

Deauville è ancora oggi una località snob, intellettuale e perfetta per gli amanti del mare d’inverno: regala emozioni molto diverse dai soleggiati paesaggi mediterranei. Ha un fascino intimista, direi. Con nostalgia retro inclusa.

 

Deauville

 

Ma torniamo alla nostra storia. La boutique che Mademoiselle Chanel aprì  nel 1913 grazie all’aiuto finanziario di Capel sorgeva tra il Gran Casinò e l’albergo più lussuoso del posto, l’Hotel Normandie. A Deauville, ispirata dai marinai al lavoro, Chanel reinterpretò il loro abbigliamento. E non aveva altra scelta:  lo sdoganamento dei capi indossati dagli uomini era l’unica via percorribile per regalare alle donne la stessa libertà di movimento e incentivarne la vita attiva, fuori dalla funzione decorativa nei salotti e nella quiete dell’ambiente domestico in cui erano state confinate per secoli. La rivoluzione firmata Chanel nel campo della moda iniziò portando nel guardaroba femminile l’abbigliamento maschile, i cui capi assicuravano agilità nei movimenti, praticità e versatilità. Per quelle donne intrappolate in corsetti, sottogonne e copricapi ingombranti l’emancipazione cominciò con un taglio di capelli à la garçonne e con le linee degli abiti delle classi lavoratrici. Ne uscì uno stile casual, androgino, che trovava nella semplicità, nella comodità e nella nitidezza delle forme la sua ragione d’essere. E la sua fortuna. Qui di seguito alcuni scatti che attestano quanto questo stile possa essere chic ancora ai nostri giorni, a conferma del fatto che è entrato a far parte a buon titolo del concetto intramontabile di classico.

 

Coco Chanel a Deauville

 

Mademoiselle Coco Chanel, 1930

 

 

Anche nei decenni successivi marinière, pantaloni a vita alta, scarpe rasoterra hanno rappresentato la quintessenza dello stile easy chic. Nel guardaroba femminile come in quello maschile.

 

Brigitte Bardot


Audrey Hepburn


James Dean


Cary Grant

 

Inutile negarlo: buona parte del fascino di questi scatti è dato dalla marinière, la classica maglia a righe. Queste sono le regole per poterla sceglierla nella sua versione doc:

- deve avere lo scollo a barchetta (ça va sans dire…!)

- le righe sono blu su fondo bianco. Per i puristi, le altre versioni non sono da considerare marinière.

- le righe devono avere uno spessore inferiore ai 2 cm. In caso contrario, si tratta semplicemente di una t-shirt rigata. C’è anche chi le ha volute contare: sono 21 (come le battaglie di Napoleone…)

- il tessuto non deve essere troppo sottile: non si confà allo stile yatching che fa della robustezza la sua eccellenza.

- sceglietela made in France. E permettetemi di consigliarvi un marchio su tutti: Petit Bateau. Nato nel 1893 a Troyes (città dove per altro ha i natali un altro colosso del tessile, Lacoste), è un marchio famoso in tutto il mondo per i suoi capi di qualità e le linee casual. Dici Petit Bateau e pensi subito alle maglie millerighe e agli altri classici dello stile navy. Dal 2008 si possono fare anche acquisti on line nel caso in cui non fosse possibile raggiungere uno dei 400 punti vendita che il marchio ha aperto in più di 60 paesi del mondo. C’è anche un aspetto ludico negli acquisti Petit Bateau: le taglie vanno per fascia d’età. E così, tanto per fare un esempio del tutto casuale, può capitare che una quasi-38enne riesca a infilarsi una marinière 12 ans… e così l’approssimarsi della mezza età sembra davvero uno strano scherzo del destino (e vabbè, dai, lasciatemi almeno l’illusione!).

Per la prossima primavera, poi, Petit Bateau ha realizzato insieme alla bloggeuse Garance Doré una mini-collezione di capi versatili, come nella migliore tradizione del marchio francese, e assolutamente chic, come si conviene alla fidanzata di Mr. Sartorialist, Scott Schuman!

 

 

 

Altro marchio storico per marinière doc, Armor Lux, azienda fondata nel 1938 a Quimper, in Bretagna. Le sue collezioni si ispirano ai colori e al mondo della marineria bretone. Il marchio ha scommesso sulla produzione di qualità made ​​in France e promuove un know-how unico nel settore tessile dell’abbigliamento.  Si impegna anche nello sviluppo sostenibile e nel commercio equo e solidale. Curiosità: le marinière di questo marchio hanno maniche di 3 cm più corte rispetto al consueto nel rispetto del modello bretone originale. Erano state realizzate in questo modo perché i marinai non fossero impacciati nello svolgimento dei loro lavori.

 

 

Last but not least, il marchio Saint-James, produttore francese di abbigliamento d’ispirazione marinara dal 1889. L’azienda si trova nei pressi di Le Mont Saint Michel, nella Bassa Normandia. Capo-simbolo di questo marchio è lo Chandail, il vero maglione bretone lavorato in pura lana vergine, indossato in origine dai pescatori della baia di Le Mont Saint Michel, perchè potessero proteggersi dai venti freddi provenienti dal Mare del Nord e dall’Atlantico. Tuttavia, secondo la leggenda, il termine Chandail sarebbe legato ai mercanti di aglio bretoni: nella lingua corrente marchand d’ail si contrasse in chandail. Questo maglione così pesante e resistente è entrato poi a far parte delle uniformi degli ufficiali della marina francese. Ed è diventato un capo cult. Del resto, difficile credere che ne parleremmo ancora se il destino non lo avesse portato in mezzo agli ufficiali della marina anzichè rimanere confinato tra gli spicchi di aglio. Pittoresco, magari, ma così terribilmente anti-chic…!

 

Chandail Bretone

 

A questo punto non mi resta che lasciarvi con un invito per la prossima seduta shopping: tutti in riga!


ps. Non ho steso il tappeto rosso, ma in qualche modo ti ho invitato a entrare a casa mia parlando, per così dire, anche di te. Hai starnazzato così tanto in casa altrui da mettermi in sincero imbarazzo. Ma per “tirarti il collo” devi venire qui, “a casa mia”. La mia porta è aperta, caro Papero. L’ultima Big Babol del pacchetto te l’ho già data. Vedi di non sprecarla… L’ultimo desiderio del condannato?!

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